Mare profugo

Lo sguardo taglia le onde nere salmastre
una luna scruta i nostri corpi a forma di croce.
Il sangue della salsedine scorre lungo il nostro
canto di sopravvivenza.

Nel petto un cuore di fuoco
la dignità dello sguardo
la fierezza nelle nostre mani.

Il barcone vira oltre il nero del mare.
Gli occhi non percepiscono ma
sentono il vuoto dell’indicibile .

E d’improvviso
siamo presi, spinti, abbandonati,
traditi, scellerati,

violentati e inghiottiti
dalla bocca affamata di un mare
senza nome.

E chi resiste
sarà un numero tatuato
in terra straniera.


Ma noi rimaniamo un corpo.
Un veliero dove
un’alba già stanca illumina
un mare profugo
tagliato da un vento d’indifferenza.

In treno

C’è questo bambino che si diverte nel treno delle ore 10, semi vuoto e senza aria condizionata, con il suo bel pallone da calcio. Quest’ultimo rimbalza lungo il corridoio, il bambino lo insegue, se lo abbraccia, con istinto paterno, all’altezza della sua pancia e lo rilancia sempre lungo il corridoio. Io leggo l’ultimo libro di Patti Smith e dal finestrino, sulla mia destra, spicca un cielo talmente terso e felice che mi sorprende.

È giugno; l’estate sta per affacciarsi e questa idea di una nuova stagione alle porte mi abbraccia e mi accarezza. Ne traggo beneficio. I genitori del bambino hanno tratti somatici turchi: sono di fronte al sottoscritto: sono tranquilli, ben vestiti e di bell’aspetto. L’uomo ha la fede al dito, barba incolta, capelli corti. Nessun tatuaggio; anzi forse uno sull’avambraccio. Gioca con lo smartphone. La moglie è in diagonale rispetto a dove sono seduto e non posso vederla chiaramente; poco importa.

E’ seduta dietro al marito e i suoi capelli sono raccolti dal velo bianco. Il pallone continua a girovagare lungo il corridoio mentre il suo padroncino decide di gettarsi tra le braccia della mamma. Una mosca si arrampica sul finestrino; il rumore secco di un pacchetto di crackers che si apre dietro alle mie spalle; una ragazza con la rivista di moda Vogue in mano ma con la testa persa, forse, in qualche passerella newyorkese. Il bambino ricompare e riprende a calciare il suo pallone: sbuffa, ride mai un capriccio. La ragazza della rivista si alza e decide di far sedere i coniugi turchi insieme.

Tutto questo mentre il treno rallenta e si ferma alla stazione di arrivo per la coincidenza. Il bambino si ferma anche lui, si lascia scivolare il pallone dalle braccia e ritorna in braccio dalla mamma questa volta per lagnarsi. Il papà sempre immerso nel suo smartphone; anche io sono immerso ma non so dove. Il treno riparte lentamente. La mamma parla al bambino che annuisce, si calma e dopo pochi istanti decide di riprendere a giocare con il suo bel pallone. Improvvisamente il treno frena e il bambino, insieme al pallone, rotolano lungo il corridoio; il bambino arriva per primo contro la porta del bagno mentre il pallone si adagia furbamente sotto un sedile. Il padre sobbalza, corre verso il figlio e lo raccatta con la mano libera perché nell’altra ha lo smartphone.

Tornano al posto insieme e la madre chiede al figlio dove è finito il pallone. Il bambino piange. È ora di scendere: le porte si aprono. Lancio uno sguardo al bambino che ha ancora gli occhi pieni di lacrime. Il velo della mamma brilla alla luce del sole; il papà sistema lo smartphone dentro il tascone del pantalone, prende il figlio per mano e seguono la mamma che, con passo militare, fa da apripista verso l’uscita della stazione. Le famiglie hanno i loro equilibri, regole non scritte, diverse da famiglia a famiglia. Per quanto mi riguarda passeggio verso una meta che ancora non conosco.