treno

In treno

C’è questo bambino che si diverte nel treno delle ore 10, semi vuoto e senza aria condizionata, con il suo bel pallone da calcio. Quest’ultimo rimbalza lungo il corridoio, il bambino lo insegue, se lo abbraccia, con istinto paterno, all’altezza della sua pancia e lo rilancia sempre lungo il corridoio. Io leggo l’ultimo libro di Patti Smith e dal finestrino, sulla mia destra, spicca un cielo talmente terso e felice che mi sorprende.

È giugno; l’estate sta per affacciarsi e questa idea di una nuova stagione alle porte mi abbraccia e mi accarezza. Ne traggo beneficio. I genitori del bambino hanno tratti somatici turchi: sono di fronte al sottoscritto: sono tranquilli, ben vestiti e di bell’aspetto. L’uomo ha la fede al dito, barba incolta, capelli corti. Nessun tatuaggio; anzi forse uno sull’avambraccio. Gioca con lo smartphone. La moglie è in diagonale rispetto a dove sono seduto e non posso vederla chiaramente; poco importa.

E’ seduta dietro al marito e i suoi capelli sono raccolti dal velo bianco. Il pallone continua a girovagare lungo il corridoio mentre il suo padroncino decide di gettarsi tra le braccia della mamma. Una mosca si arrampica sul finestrino; il rumore secco di un pacchetto di crackers che si apre dietro alle mie spalle; una ragazza con la rivista di moda Vogue in mano ma con la testa persa, forse, in qualche passerella newyorkese. Il bambino ricompare e riprende a calciare il suo pallone: sbuffa, ride mai un capriccio. La ragazza della rivista si alza e decide di far sedere i coniugi turchi insieme.

Tutto questo mentre il treno rallenta e si ferma alla stazione di arrivo per la coincidenza. Il bambino si ferma anche lui, si lascia scivolare il pallone dalle braccia e ritorna in braccio dalla mamma questa volta per lagnarsi. Il papà sempre immerso nel suo smartphone; anche io sono immerso ma non so dove. Il treno riparte lentamente. La mamma parla al bambino che annuisce, si calma e dopo pochi istanti decide di riprendere a giocare con il suo bel pallone. Improvvisamente il treno frena e il bambino, insieme al pallone, rotolano lungo il corridoio; il bambino arriva per primo contro la porta del bagno mentre il pallone si adagia furbamente sotto un sedile. Il padre sobbalza, corre verso il figlio e lo raccatta con la mano libera perché nell’altra ha lo smartphone.

Tornano al posto insieme e la madre chiede al figlio dove è finito il pallone. Il bambino piange. È ora di scendere: le porte si aprono. Lancio uno sguardo al bambino che ha ancora gli occhi pieni di lacrime. Il velo della mamma brilla alla luce del sole; il papà sistema lo smartphone dentro il tascone del pantalone, prende il figlio per mano e seguono la mamma che, con passo militare, fa da apripista verso l’uscita della stazione. Le famiglie hanno i loro equilibri, regole non scritte, diverse da famiglia a famiglia. Per quanto mi riguarda passeggio verso una meta che ancora non conosco.

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